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Recensione del libro “Aprile 2020. Il mondo della pandemia raccontato dagli adolescenti”

Ciociaria zona rossa. Di queste ore la notizia che la provincia di Frosinone è tornata in lockdown. Tanta la rabbia, l’amarezza. Sul tema ho appena finito di leggere un libro che vi consiglio. Si intitola Aprile 2020. Il mondo della pandemia raccontato dagli adolescenti”, una raccolta pubblicata da Armando Editore, a cura di Francesco Bearzi, Anna Lisa Menga, Erica Orezzi, Simonetta Recchi e Salvatore Colazzo. Un diario scritto a più mani che racconta cosa hanno provato gli adolescenti all’acme del primo lockdownsentimenti contrastanti, ansie e paure, sogni e incertezze. Tra le pagine, stese di pugno da un gruppo di studenti del Frusinate, emerge dirompente un profondo senso di solitudine, lo stesso che probabilmente quei giovani sentono oggi. Eh già, perché a distanza di un anno, nulla è cambiato e di questo dobbiamo sentirci colpevoli un po’ tutti (anche se i politici un “tantino” di più).

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il mondo della pandemia

Recensione del libro “Aprile 2020. Il mondo della pandemia raccontato dagli adolescenti”

«Il messaggio “Andrà tutto bene” scritto su enormi cartelloni pieni di arcobaleni e colori speranzosi di risurrezione appesi ai balconi delle abitazioni, mi riempie il cuore di gioia e mi fa sentire parte di qualcosa di unico, mi rende partecipe di una lotta che per la prima volta dopo tanti anni ci tiene uniti», scrive Fenghuang, 17 anni, del Liceo Linguistico (Regina Margherita) di Anagni, che cita in chiusura John Lennon: «Tutto andrà bene alla fine. Se non va bene, allora non è la fine». Nel pieno della terza o quarta ondata (ormai abbiamo perso il conto) possiamo tristemente dire che il Covid non è stato sconfitto. Che «le lancette dell’orologio» sono tornate a seguire «quell’ipnotico movimento circolare che non ha più il potere che prima possedeva», per dirla con le parole della giovane Martina. Siamo di nuovo alle chiusure totali, alla didattica a distanza al 100%, all’inasprimento delle misure anti contagio. Ai tempi dei giorni che si assomigliano un po’ tutti: «Improvvisamente il mio orologio è diventato quello magico di ‘Alice nel paese delle meraviglie’, che non conta le ore del giorno, ma solo l’anno. Un anno, questo, che fin dall’inizio si è dimostrato crudele nei nostri confronti, mettendoci davanti ad una terribile crisi sanitaria, mostrandoci milioni di ettari di terra bruciare e milioni di animali soffrire, che ci ha impauriti con la minaccia di una nuova guerra mondiale». Così ad aprile 2020 e non si può certo dire che la situazione oggi sia migliorata.

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Ciociaria zona rossa: le lancette indietro di un anno

Il fil rouge che lega i tredici racconti e diari è quello del tempo che non viene speso come si vorrebbe. Una visione quasi senecana«Passo le domeniche al telefono, alla disperata ricerca di un contatto col mondo, che ora impossibilitata dalle circostanze, non mi è consentito né vedere, né toccare. Vivendo la costante paura che i rapporti con le persone a cui maggiormente tengo si intorpidiscano o peggio ancora svaniscano del tutto», scrive Nicole. E ancora: «Sento le palpebre pesanti. Volgo lo sguardo all’orologio fisso sul muro, sono le 03:22 del mattino, di nuovo. Non riesco a dormire. Le ore non sembrano avere più alcuna rilevanza; ogni istante è perfettamente identico al precedente». Sulla stessa lunghezza d’onda Fenghuang: «Certo è difficile restare barricata tra quattro mura, in quelli che sembrano giorni senza fine (…). Mi mancano i miei amici, le lunghe passeggiate nel bosco, i picnic in riva al lago della mia città, dove gli alberi e il paesaggio incantevole mi portavano ad immaginare di trovarmi in un dipinto di Manet. Mi mancano le giornate a Roma, alla ricerca di  bancarelle di libri usati, le mostre e il vento che mi scompiglia i capelli mentre corro per non perdere il treno».

Come lei Giusy del Liceo Scienze Umane di Anagni: «Apro gli occhi, dopo una notte trascorsa tra insonnia e incubi. Mi alzo e spalanco le persiane. Ascolto l’incantevole e mai stancante voce della natura, anche lei appena risvegliatasi dalle strazianti interferenze dell’uomo. Per la prima volta riesco a percepirne appieno i suoni, i profumi e i colori, indisturbati dall’assordante rumore dei clacson e dal tanfo dello smog. La natura si sta risollevando, approfittando dell’assenza dell’uomo, il quale purtroppo o per fortuna, è impegnato su un altro fronte, quello della pandemia». Il messaggio, infatti, sembra essere quello di un “memento mori” ribaltato, che invita appunto a vivere. A non perdere l’entusiasmo, nonostante tutto. A ripartire da zero, a lavorare sul proprio io per poi aprirsi agli altri. Perché la sfida più importante è quella con sé stessi. Un’occasione per guardarsi dentro, che non significa mettere al centro il singolo, semmai l’opposto. «Purtroppo è come se ci fossimo addormentati in un mondo e svegliati in un altro. Improvvisamente i baci e gli abbracci sono diventati un’arma. Non andare a visitare i propri cari è diventato un atto d’amore. Stiamo incominciando a capire che l’ossigeno ha molto più valore di quanto il potere e i soldi mai avranno», sottolinea Dreamer del Liceo Linguistico. Perché è vero, il Coronavirus ci ha educati ad una nuova “grammatica” dei sentimenti. E con quanta sensibilità questi giovani “scrittori in erba” ne hanno parlato.

“Aprile 2020. Il mondo della pandemia raccontato dagli adolescenti” (Armando Editore), una raccolta da non perdere

La pandemia, il “nemico invisibile”, coi suoi tempi sospesi, ha invitato all’introspezione, ma non solo. Difatti il libro consegna ai lettori un altro messaggio positivo. Come scrive Francesco Bearzi nell’introduzione alla raccolta: «La quarantena ha indubbiamente attivato uno straordinario potenziale di cambiamento nella società». È questa la generazione dei “Fridays for the Future” che noi adulti dobbiamo impegnarci ad aiutare per esprimersi al meglio. E “Il mondo della pandemia raccontato dagli adolescenti” non è che un primo passo, una mano tesa: “Dar voce ai racconti dei ragazzi, all’immediatezza, all’intensità e alla profondità di questi saggi di scrittura espressiva”. I nostri giovani hanno un universo meraviglioso nel cuore: «Il rumore del mondo mi manca un po’, ma questo silenzio ci sta facendo sentire quei suoni in sottofondo che non abbiamo mai sentito», scrive Adelaide nella raccolta.

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«Ci troviamo di fronte alle montagne russe delle emozioni, che ci portano su e giù quando meno ce lo aspettiamo»

Questi giovani più saggi dei grandi: «Non vedo l’ora che tutto finisca, pur essendo consapevole del fatto che ciò non avverrà tanto presto», dice nel suo diario Nicole. Più solidali degli adulti: «Ci stiamo avvicinando al nulla: incapaci di reagire, perché lontani agli stimoli della vita e alle passioni che ardono nel nostro cuore. Fa paura, soprattutto se siamo soli. Ecco, è qui ed ora che abbiamo bisogno dell’amico che ci dia una scossa, uno schiaffo morale, ci faccia aprire gli occhi, ci inviti ad accettare la sfida della realtà», per dirla con le parole di Genesi. E ancora: «Apprezzo la vita in ogni momento. Anche quando sto male e soffro le sono infinitamente grato, perché in quei momenti mi sento vivo, come quando sono felice ed appagato. Sono entrambi aspetti della vita. Inesorabilmente, ci troviamo di fronte alle montagne russe delle emozioni, che ci portano su e giù quando meno ce lo aspettiamo». Che ad una prima lettura mi ha ricordato Oriana Fallaci: “Sono troppo convinta che la vita sia bella anche quando è brutta che nascere sia il miracolo dei miracoli, vivere: il regalo dei regali. Anche se si tratta d’un regalo molto complicato, molto faticoso, a volte doloroso”. Un pensiero che dovremmo tenere a mente tutti. Oggi soprattutto.

Perché leggere “Aprile 2020. Il mondo della pandemia raccontato dagli adolescenti”? Per tante ragioni. Per capire, ad esempio, un po’ di più dell’universo giovanile, per non “scadere” nel banale, in cui incappano anche i “grandi”. Penso ad un passaggio di un’intervista di Piero Angela concessa a “La Stampa” qualche giorno fa. A proposito delle ripercussioni psicologiche generate dalle restrizioni, il divulgatore scientifico ha detto: «Quando io ero un giovanotto, c’era la guerra. Non solo non c’era da mangiare, ma cadevano le bombe in testa. Non si usciva mica di casa facilmente. Capisco che oggi i giovani vogliano uscire e ritrovarsi, ma insomma ricordiamoci che stare sotto le bombe o su un sofà sono due cose ben diverse». Mai come in questo caso i paragoni non giovano; il confronto tra le diverse epoche non porta a nulla. Mi piace concludere questa recensione con un’immagine d’impatto contenuta nel primo diario: “La mia mente non è come quei cinema senza la pausa del secondo tempo (…). È come se la mia bolla venisse scoppiata da un esercito di domande appuntite come una matita appena temperata: per quanto tempo ancora dovrò aspettare?». Una metafora fortissima, lascia senza fiato. Leggi anche l’articolo —> LISTENER – Uomini in ascolto: Roberta nell’aldilà delle parole [RECENSIONE]

 

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