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Fabrizio De André su “Creuza de mä”: «Quest’album non venderà un c**o», poi la consacrazione

Creuza de mä, l’undicesimo album d’inediti di Fabrizio De André, pubblicato nel 1984, ha segnato una svolta epocale nella musica italiana. Primo disco a tiratura nazionale interamente cantato in genovese, è stato considerato dalla critica come una delle pietre miliari della musica degli anni ’80 e, in generale, della musica etnica. Eppure, ai tempi, le aspettative del cantautore erano tutt’altro che rosee. La confessione in un’intervista realizzata da Gino Castaldo per Repubblica, ripresa oggi da Dagospia.

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Fabrizio De André, l’intervista su “Creuza de mä”: «Per la prima volta ho deciso di non fare il cantautore»

Erano i tempi in cui gli artisti – si legge su Repubblica – “ancora si concedevano senza limite e dedicavano pomeriggi interi a parlare e raccontare la genesi delle loro opere”. E così anche Fabrizio De André per l’uscita di Creuza de mä. «Per la prima volta – confessò l’artista genovese in quell’occasione – ho deciso di non fare il cantautore ma il cantante, quindi ci siamo (lui e Mauro Pagani con cui firmò il disco, ndr) preoccupati del suono, del fonema cantato. Il dialetto genovese è ricchissimo di iati, dittonghi, forse più dell’inglese. Trovo più divertente – spiegò dunque De André – fare una cosa che si ascolti volentieri e che comunichi delle emozioni, senza per forza dover fare dei “bei” testi. Diciamo che questa è musica cantata».

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«Non venderà un cazzo ma non è che mi disturbi»

Un approccio diverso da quello di cantautore dunque: «Abbiamo cercato – proseguì Fabriziodi dare un calcio a una porta chiusa, e non venderà un cazzo ma non è che mi disturbi, cioè mi disturba sul piano economico. Io in banca ho pochi milioni con un’azienda agricola da mandare avanti in cui rimetto i soldi, quindi io e Dori siamo due straccioni, ma se il lavoro dell’ artista deve essere svilito, ok, sviliamolo, ma non andiamo a fare gli spot, quello no, non accetto l’ansia di vendere, anche se sono ansie che ti fanno venire.

E intendiamoci – puntualizzò – non voglio parlare male dell’industria discografica della quale usufruisco ampiamente, ma queste ansie mi vengono comunicate anche in sala. In realtà quando superi gli ottanta milioni di budget per un disco vanno tutti in crisi, dicono ommammamia. Per me è molto più facile scrivere un pezzo che non andare a promuoverlo, anzi per me è una vergogna andare in giro a reclamizzare il mio prodotto come se fossi un venditore di castagne». >> August Rush- La musica nel cuore: che fine ha fatto il piccolo protagonista del film?

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