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Quirinale, Draghi e la minaccia dei peones: puntano su un altro nome

«Noi dobbiamo proteggere il presidente del Consiglio dal toto nomi perché rischiamo di compromettere la legge di bilancio. Se portiamo Draghi o Mattarella nel dibattito sul Quirinale indeboliamo le istituzioni». Così il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che parlando della possibile candidatura di Silvio Berlusconi al Colle, ha detto «lo stanno illudendo». Per questa ragione il grillino, che non ha rancore per essere stato apostrofato dal Cavaliere il «bibitaro», ha affermato di provare molta empatia per l’ex premier: «Lo stanno fregando». La questione però è assai più complessa. Interessante sulla partita del Quirinale il retroscena uscito su «Il Tempo», che porta la firma di Carlantonio Solimene, il quale spiega che è praticamente impossibile azzardare chi seguirà al Capo di Stato Mattarella. A scaldare però gli animi la compagine dei peones…

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Quirinale, Draghi e la minaccia dei peones: puntano su un altro nome, ecco quale

Si tratta di “una pattuglia di ben 113 parlamentari tra Camera e Senato di cui almeno un’ottantina con zero chance di farsi un altro giro nel Palazzo nella prossima legislatura. A ben vedere, il punto della questione sta tutto qui. Davvero qualcuno, nell’esercito dei peones, è disposto a issare Mario Draghi sulla poltrona occupata fino a inizio febbraio da Sergio Mattarella?”, si domanda il giornalista su «Il Tempo». Ed effettivamente quanti deputati sono disposti a giocare la carta Draghi, che significa elezioni anticipate. “I peones con i loro 113 voti poco potrebbero se i principali partiti si accordassero davvero sul nome dell’ex governatore della Bce”, osserva Solimene. Una situazione davvero complicata: “I grillini sono una maionese impazzita, si sa. I renziani rimasti nel Pd temono di non essere ricandidati. I renziani rimasti con Renzi sono sicuri, anche se ricandidati, di non essere eletti. In Forza Italia si salverà sì e no un terzo degli attuali onorevoli. E anche nella Lega, col taglio dei parlamentari, non tutti rientreranno. Quale leader può mettere oggi la mano sul fuoco su tutti i suoi «giocatori»? Risposta facile: nessuno”. Difatti i peones, seppur diversi, sono impastati della stessa calce: il desiderio di rivalsa. L’opportunità di dimostrare di avere un peso.

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«Il senso della rivincita», il retroscena frizzante sul Colle

“Ridotti da anni a ratificare scelte altrui, sul Quirinale i peones puntano a fare da soli. I parlamentari sanno che per la prima volta conteranno. E siccome per moltissimi la prima volta sarà anche l’ultima, nella scelta del capo dello Stato potrebbero farsi beffe delle indicazioni dei leader e cambiare le sorti della Corsa, elevando così a regola la massima grillina: quella dell’”uno vale uno'”, ha scritto qualche giorno fa sul «Corriere della Sera» Francesco Verderami. E i peones si riconoscono a distanza, a far loro da richiamo una battuta fugace: «il senso della rivincita», appunto, definizione del leghista Raffaele Volpi. Enrico Letta ai giornalisti continua a ripetere seccato: «Non si è mai visto un presidente della Repubblica scelto due mesi prima del voto». Ma stando ai retroscena la scelta di Mattarella era stata fatta circa una trentina di giorni prima. “Non si è mai visto un tacchino disposto ad anticipare il Natale. Certo”, scherza Solimene su «Il Tempo», che svela il nome che potrebbe mettere d’accordo i peones. E non sarebbe Mario Draghi, che potrebbe festeggiare il nuovo presidente della Repubblica con un bicchiere di Campari. Visto, che per sua stessa ammissione, l’Aperol, che ha una minor gradazione alcolica, non gli piace.

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Quirinale, Draghi e la battuta mordace sul Campari

Anche se non credo proprio che nella partita del Quirinale l’ex guida della Bce resti a guardare. Dribbla il cocktail di indiscrezioni sul suo futuro, ma non è affatto insensibile quando si tocca l’argomento. Anzi, l’aver smentito la confidenza che la moglie Serena Cappello avrebbe fatto al titolare del bar sotto casa a Roma, di fatto, potrebbe nascondere un messaggio in qualche modo subliminale: Campari è “Red Passion”, come dice la pubblicità. Lo spot natalizio recitava: «E se il vero piacere fosse già adesso, prima che tutto cominci, quando l’atmosfera si carica di promesse, quando nulla ti può deludere, perché tutto deve ancora succedere… In fondo non è forse vero che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere?». Calzante, no? Che poi fa il verso al poeta Giacomo Leopardi e alle teorie esposte nello «Zibaldone». Ma torniamo al retroscena.

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Presidente della Repubblica dopo Mattarella, ecco il nome che potrebbe mettere d’accordo i peones

“Pure facendo e rifacendo i conti allo stremo, la sostanza non cambia: quello che più si avvicina al magic number (505 voti, dal quarto scrutinio) è Silvio Berlusconi. Che, tra i soli parlamentari, ne può già contare 417 (127 forzisti, 58 meloniani, 197 leghisti, 24 di Coraggio Italia, 9 di Noi con l’Italia, 7 di Idea). Poi ci sono i delegati regionali (e il centrodestra governa 14 Regioni, almeno 28 voti) e qualche renziano col cuore che non batte a sinistra”. In sostanza ne mancherebbero una cinquantina, che non sono pochi, ma neppure tantissimi. Senza considerare, come rimarca il giornalista de «Il Tempo», che “nel Misto siedono onorevoli come Alberto Causin, Giusy Bartolozzi o Enrico Costa che qualche debito di riconoscenza con il Cavaliere ce l’hanno”. Dunque? Di Maio potrebbe non avere affatto ragione. Dal canto suo, Berlusconi, che è solito giocare su più fronti, continua a blindare il premier: «Siamo i primi sostenitori di questo esecutivo. Siamo convinti che il lavoro del governo Draghi debba andare avanti fino al 2023 e anche oltre», le parole del leader azzurro durante un’iniziativa di Forza Italia a Mazara del Vallo. Come a dire: se è impegnato lì, non può guardare altrove. Ma Mario Draghi è l’uomo delle sorprese. Leggi anche l’articolo —> Centrodestra, la mossa di Berlusconi che irrita Salvini e Meloni: nuova rottura?

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