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Referendum eutanasia legale, cannabis e giustizia: cosa c’è in ballo

Oggi la Corte Costituzionale si riunirà per decidere l’ammissibilità di otto diversi referendum: sei sulla giustizia, uno sull’eutanasia e uno sulla cannabis. Se il responso dovesse essere positivo, prima dell’estate, tra aprile e maggio, i cittadini verranno chiamati a esprimere la propria opinione in merito a questi temi. Ad aprire la discussione sarà proprio quello sull’eutanasia, ovvero la richiesta di modificare l’articolo 579 del codice penale che definisce “l’omicidio del consenziente”.

Referendum eutanasia legale, cosa prevede

Durante la discussione saranno presenti anche Marco Cappato e Mina Welby dell’Associazione Luca Coscioni. I due, infatti, negli anni si sono costantemente battuti per arrivare a una riforma. Con il referendum sull’eutanasia si chiede l’abrogazione dell’articolo 579 del codice penale che oggi riconosce come reato l’ “omicidio consenziente“, cioè l’uccisione di chi lo richiede. Secondo i promotori, tuttavia, questo è un reato speciale inserito all’interno dell’ordinamento esclusivamente per punire l’eutanasia. Il comitato promotore chiede perciò la depenalizzazione dell’omicidio del consenziente, e di introdurre l’eutanasia legale secondo le regole attuali sul fine vita. Nel caso in cui, però, fosse applicato su minori o persone ritenute inferme di mente, in condizioni di deficienza psichica o ancora sotto sostante stupefacenti, allora verrebbe mantenuto il reato di omicidio doloso. Lo stesso varrebbe in caso di consenso estorto con la violenza, la minaccia o l’inganno.

Finora l’unico passo in avanti fatto in questo senso è stata la sentenza Cappato, che ha permesso la versione indiretta dell’eutanasia, ovvero l’autocommiserazione del farmaco. Il comitato promosso dall’Associazione Luca Coscioni è già riuscito a raccogliere più di 1 milione e 200mila firme a favore dell’eutanasia legale. Ora, quindi, manca solo l’approvazione della Consulta.

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Referendum cannabis legale e il dubbio sulla legalizzazione

Contestualmente, durante la raccolta firme ai cittadini è stato chiesto anche di esprimere la propria opinione rispetto alle leggi in merito di coltivazione per uso personale di cannabis. La proposta è quella di depenalizzare la coltivazione di qualsiasi pianta e di eliminare la pena detentiva per la condotta illecita relativa alla Cannabis e alle sostanza a essa assimilate. Facendo eccezione, però, all’associazione finalizzata al traffico illecito. Ciò significa, quindi, cambiare la legge esclusivamente in merito di coltivazione e consumo personale. Sul piano amministrativo, si chiede infine di eliminare la sanzione della sospensione della patente di guida e del certificato di idoneità alla guida di ciclomotori, che oggi viene disposta per le condotte finalizzate all’uso personale di sostanze stupefacenti o psicotrope.

Chiaramente, la richiesta non si traduce in una legalizzazione di tutte le droghe. Modificando l’articolo 73, comma 1 del DPR 309/90, infatti, si elimina la parola “coltiva”. E si depenalizza esclusivamente la coltivazione delle sostanze stupefacenti per uso personale. Di fatto, però, non si legalizzano le droghe. I reati di produzione, fabbricazione e detenzione illecita rimarrebbero e sarebbero applicati anche al coltivatore che produce ai fini di spaccio. Tra l’altro, non viene toccato l’articolo 28 del Testo unico in materia di stupefacenti, che mantiene il divieto di coltivazione se collegato alla fabbricazione non finalizzata all’uso personale.

I referendum sulla giustizia

Sono sei, infine, i quesiti del referendum sulla giustizia proposti dai Radicali e dalla Lega con il sostegno di nove consigli regionali governati dal centrodestra: Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Sicilia, Umbria, Veneto. Il primo riguarda la riforma del Consiglio superiore della magistratura. In caso di vittoria del sì, verrebbe eliminato l’obbligo, per un magistrato che voglia essere eletto, di trovare da 25 a 50 firme per presentare la candidatura. Si tornerebbe quindi alla legge del 1958, che prevedeva che tutti i magistrati in servizio potessero proporsi come metri del CSM presentando semplicemente la candidatura. Così si rimetterebbero al centro le qualità professionali e personali dei candidati, piuttosto che gli interessi delle correnti e dell’orientamento politico.

Il secondo quesito, invece, riguarda la responsabilità diretta dei magistrati. Se dovesse vincere il sì, si aprirebbe la possibilità di chiamare in causa direttamente il magistrato che ha commesso l’errore di incriminare una persona colpita da accuse inesistenti o addirittura innocente. Oggi, in situazioni come queste, ci si può solamente rivolgere allo Stato che, a sua volta, dovrebbe intervenire contro il singolo magistrato. Cosa che, secondo i promotori, non succede praticamente mai. Lo scopo, quindi, è quello di preservare l’onorabilità del corpo e scongiurare abusi e negligente.

Gli altri quesiti sulla giustizia

Il terzo quesito, poi, riguarda l’equa valutazione dei magistrati. Secondo i promotori attualmente c’è una sovrapposizione tra “controllore” e “controllato” che rende poco attendibili le valutazioni. Tramite questo referendum, quindi, si chiede di estendere anche ai “membri laici”, ovvero ad avvocati e professori, la possibilità di esprimersi nella valutazione che oggi viene operata esclusivamente da Consiglio superiore dei magistrati. Il quarto quesito, invece, domanda la separazione delle carriere dei magistrati in base alla distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti. Così da garantire maggiore trasparenza nei ruoli. Il magistrato, quindi, dovrebbe scegliere all’inizio della carriera la funzione giudicante o requirente, e mantenere costantemente quel ruolo.

Il quinto chiede un ridimensionamento dei limiti agli abusi della custodia cautelare. Quindi l’eliminazione della possibilità di procedere a questa misura quando ancora l’indagato non sia stato riconosciuto colpevole. Si chiede, perciò, di procedere con la custodia cautelare solo nei confronti degli accusati di reati gravi. Infine, il sesto quesito propone l’abrogazione della legge Severino. In questo caso, con la vittoria del sì, si affiderebbe ai giudici la possibilità di decidere, in ogni singolo caso, se occorre o meno applicare l’interdizione dai pubblici uffici. Il che significa, quindi, valutare l’eventuale incandidabilità, ineleggibilità e decadenza automatica per i parlamentari, i rappresentanti di governo, i consiglieri regionali, i sindaci e gli amministratori locali in caso di condanna. >> Tutte le notizie di UrbanPost

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